IL MERCATINO DEI LIBRI
Dopo le vacanze estive iniziava la scuola. E iniziavano i mercatini d'altri tempi, quando andavo alle superiori. Dopo la prima settimana l'atrio della scuola si popolava di noci, studenti e libri. Le noci non erano ancora mature e con la buccia verde ci si sporcava le mani: venivano raccolte dal giardino della casa confinante, senza arrabbiature del vicino. Mangiando noci si chiacchierava mercanteggiando e sporcando i libri. Si comprava i libri allo stesso prezzo di quelli usati, senza spendere e senza guadagnarci nulla. Era un perfetto esempio di equità di mercato. In quei tempi i libri di testo per ogni classe erano sempre gli stessi e allora si poteva sfruttare la politica del riciclo senza tagliare nuovi alberi e contestualmente fare contenti mamma e papà che non sborsavano una lira. I libri usati erano più vivi di quelli nuovi, poiché da essi si poteva leggere la storia di tutti i proprietari. Oltre alla lista dei nomi con l'anno scolastico della prima pagina, all'interno si trovava ogni tipo d'annotazione. Da quelle contestualizzate all'argomento a dichiarazioni d'eterno amore o a maledizioni su quelli persi. Oltre alle annotazioni si trovavano bollini delle banane Chiquita o di altre merendine. Oltre ai bollini si trovavano raramente dei residui fossili di qualche marmellata o cioccolata. Ovviamente i libri avevano il segnature inequivocabili delle noci: come un sigillo di qualità. La qualità dei mercatini.
NELLA NOTTE - di una meteora della letteratura
Sta mattina ho fatto una passeggiata sul mio Carso e il paesaggio di pietre ed il profumo di pini mi ha fatto ricordare una meteora della letteratura slovena. Parlo del Poeta del Carso e autentico poeta europeo, lirico tenero e delicato che dà voce ai sentimenti più riposti, sognatore visionario dell'utopia, propugnatore di di un ideale escatologico di redenzione finale dell'uomo, che si rivela anche chiuso nel più amaro, addirittura distruttivo pessimismo universale, tentato dal fascino ambiguo del nichilismo e preda di un'angoscia esistenziale che sovrasta la storia. Parlo di Srečko Kosovel (1904-1926), che come una meteora è passato per la letteratura slovena, lasciando un eredità indelebile. Lo proporrò in futuro altre volte, ma oggi ve lo presento con una poesia del primo periodo espressionista (nella traduzione di Gino Brozzoduro), quando aveva appena 18 anni.
NELLA NOTTE
Nella notte, quando dai pini si leva un sussuro,
quando gli alberi si scuotono dai sogni,
e il vento se ne va per i campi,
il mio cuore si desta.
Il campo luccica nel chiaro di luna,
pioppo, gattisce e tremulo
quietamente bisbigliano attraverso il campo
con qualcuno di là dal mondo.
Le piccole stanze sono tutte aperte all'eternità,
le nostre anime non sono più abbattute,
riflessi dorati ci illuminano,
senti che non sei più solo.
DISTRIBUZIONE AUTOMATICA
Oggi ho fatto una brutta litigata con il distributore automatico del primo piano. Lo assecondo sempre con monetine, lasciandogli sempre (ed inevitabilmente!) mance, poiché ha un'anima primitiva: non dà il resto! Ma per questo non litigo mai. Litigo perché spesso digitando un 42 mi da un 56 o scegliendo un 33 ricevo un 24: devo interagire con numeri a caso proprio quando mi concedo 10 minuti di pausa per riordinarmi le idee. Questo succede ovviamente quando ho l'ultima monetina, che diventa l'ultima speranza di calmare qualche mia ira repressa, espressa tramite sete o languori. Armonizzare l'io automaticamente con un distributore automatico. Ridistribuire armonia con codici numerici al prezzo di cinquanta centesimi. Ma per questo prezzo non posso pretendere troppo e di solito non mi arrabbio perché ricevo un succo al posto di una merendina: sempre meglio di niente ed in fondo il distributore mi conosce più profondamente di quanto possa conoscermi io. Mi suggestiono automaticamente perché una casualità informatica diventi segno di umanità, che interpreta con raffinata causalità i miei desideri. Reazioni automatiche a stimoli quotidiani, ripetitivi e scontati. Come i soliti tragitti con le stesse destinazioni: dal letto alla scrivania. Come la sigaretta dopo il caffé o il tg durante la cena. Come reazioni impulsive ed istintive davanti al distributore automatico. Oggi ho digitato un 45, ma inconsciamente volevo un 32, ma purtroppo non ha saputo leggermi nell'anima: mi ha dato uno scontato 45. Che delusione! Che delusione! Anche il mio pazzo distributore è diventato scontato. Da domani ritorno in latteria: non si parla con le persone automaticamente. E magari il lattaio mi dispenserà qualche saggezza.
NECROPOLI
Oggi dobbiamo curare la memoria, eliminare eventuali meccanismi di difesa: l'importante è ricordare senza censura. Che il teatro dei nostri ricordi sia chiaro che non sia solo un sogno della fase rem o che la memoria abbaia la volatilità di una ram. Le nostre memorie non sono sogni! Chiaramente! I ricordi devono albergare in noi per l'eternità: caratterizzandoci. Dobbiamo rivolgerci domande introspettive del tipo: se questo è un uomo? magari guardando alla luna e chiederle: perché? Ma non dobbiamo mai smettere di ricordare e pensare: la nostra memoria è la più grande maestra.

Come in Necropoli, testimonianza di vita vissuta più che romanzo, dove Boris Pahor descrive l'inferno dei lager nazisti attraverso il filtro della memoria. Questo capolavoro finalmente tradotto in italiano (oggi in uscita) del professore Pahor, probabilmente il più grande scrittore sloveno vivente. Già professore di mia mamma, poiché ebbi l'indescrivibile piacere di conoscerlo parlandoci cinque interminabili minuti, nutro per lui anche affetto oltre che un'infinita ammirazione. Si tratta di un libro autobiografico in cui l’autore racconta la sua esperienza di prigioniero dei tedeschi per aver partecipato alla resistenza slovena, offrendoci una fedele testimonianza delle atrocità dei campi nazisti, ma anche un documento sulla capacità di resistere, sulla tenacia e sulla generosità dell’individuo. Il tutto diventa evidente proprio attraverso il filtro della memoria attraverso una prosa poetica.
Si ricorda anche leggendo.
LA METAMORFOSI
All'inizio...
Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo vedeva il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta da letto, vicina a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, numerose e sottili da far pietà, rispetto alla sua corporatura normale, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio dinnanzi ai suoi occhi.
Com'è avvenuto? pensò. Non era un sogno.
[...]
Gregor si difende da buon lavoratore: ma nessuno lo può più capire
Lei sa anche molto bene che il commesso viaggiatore, che quasi tutto l'anno è fuori dall'ufficio, può diventare facilmente vittima di pettegolezzi, di combinazioni e accuse infondate, contro cui gli è assolutamente impossibile difendersi, poiché generalmente non ne sa nulla, e soltanto quando torna stanco dal suo viaggio, ne comincia a sentire sul suo corpo i tremendi effetti, di cui non si possono più indovinare le cause. Signor procuratore, non se ne vada, senza avermi detto una parola per dimostrarmi che le mi dà ragione, almeno in minima parte!
[...]
La sorella gli è l'unica persona rimasta e gli porta da mangiare
Le zampine di Gregorio ronzavano quasi, quando si avviò a mangiare. Le sue ferite dovevano del resto esser già rimarginate poiché non sentiva più nessun impedimento; n'era anzi stupito, e si ricordò che un mese prima si era fatto col coltello un piccolo taglio al dito, e che ancora due giorni innanzi la ferita gli doleva abbastanza. Sarei dunque ora meno sensibile? pensò, e già stava succhiando ingordamente il formaggio, verso il quale s'era sentito attrarre con violenza più che verso tutti gli altri cibi. A rapide boccate e con lacrime di soddisfazione divorò i legumi e la salsa; i cibi freschi invece non gli piacevano: non poteva neppure sopportarne l'odore e anzi trascinava un po' lontano quelli che preferiva.
[...]
Arriva il ripudio
Gregorio rimase impietrito dalla paura; era oramai inutile correre, poiché il padre s'era deciso a bombardarlo. Dalla fruttiera sulla credenza s'era riempito le tasche, e tirava ora, senza per il momento mirare troppo, una mela dietro l'altra. [...] Una mela gettata debolmente, strisciò sulla schiena di Gregorio scivolando via senza danneggiarlo. Ma una subito dopo si conficcò letteralmente nella sua schiena.
[...]
Infine, lavare i panni sporchi
“Già” rispose la serva con una risatina amichevole che le impedì di continuare subito, “dunque, per quel che riguarda la maniera di portare via quell'affare là, non c'è bisogno che si preoccupino. E' già tutto fatto.”
La genialità di Kafka è eterna. Aiutatemi a riflettere sui significati di questo racconto attualissimo.
Dal punto di vista psichiatrico, il racconto andrebbe classificato nell'ambito delle forme deliranti a contenuto somatico, i deliri di metamorfosi e di parassitosi zoopatiche. Queste costituiscono infatti una esemplificazione paradigmica soprattutto dell'aspetto dell'”avere un corpo”. La disgrazia di Gregorio è semplicemente una depersonalizzazione somatopsichica. Ma in cosa risiede la causa e soprattutto cosa ci vuole essere rappresentato?
Senza banali semplificazioni, forse è la metafora dell'alienazione causata dal lavoro, che con ritmi frenetici e pressioni tettoniche ci trasforma in mostri.
Forse è la storia di un padre che dal giorno all'altro vede il figlio trasformarsi in un mostro e non lo riconosce più. Lo umilia e lo ripudia provocando l'arresa del figlio che si lascia morire d'inedia. Ma non solo, potrebbe anche trattarsi d'una esemplificazione dell'intreccio relazionale famigliare, dove Gregorio rimane legato dal cibo solo con la sorella, la stessa che proporrà la sua alienazione. Ma è forse anche un esempio, di come un uomo di mezza età perda il lavoro e non abbia alcuna speranza di trovare un altro e l'unica speranza è rivolta ai figli. ...sperando che questi non si trasformino in insetti. Ma forse...
Le mie zampette ora tremano incessanti ma senza forze sopra la tastiera. Sento odore di cibo dalla cucina. Vado a mangiare, in fretta, prima che la mia bava la ricopra.
Viaggio in Romania – PARTE SESTA – Centro città
Scesi dal taxi il suono della radio viene coperto inesorabilmente dal rumore di fondo che contraddistingue ogni via principale di una città. Chiacchiere, risa e suonerie di cellulari: musica di vita comune e normalità. Dopo aver fatto un paio di passi, proprio una normalità - del tutto europea - ci quasi stordisce. Le vie sono ampie e pulite, l'illuminazione dominante che ne delinea le forme, denota un'ottima intuizione architettonica. Gli intonachi dei palazzi sono nuovi e la vernice che li ricopre sembra ancora profumare. I gessi sotto i tetti e di contorno alle finestre sono bianchissimi e sui vetri delle vetrine, ma anche delle finestre, ci si può specchiare. Ma a parte i contorni ci colpisce la vita: ritmi veloci, ma anche lenti o immobili, di gambe giovani. Dalle cui facce si vedono praticamente solo sorrisi. La gente cammina felice.
L'iniziale spaesamento del contrasto con il mondo che vedevo solo cinque minuti prima e neanche cinque chilometri lontano si trasforma in ambientazione. Ora sono felice e mi trovo a mio agio. Lo stile dei palazzi è coloniale e vittoriano, lo stile socialista non ha intaccato, per fortuna, il centro città. Infatti, la sistematizzazione di Nicolae prevedeva all'epoca il concentramento metropolitano di tutta la popolazione, ma ovviamente in ambito periferico: il centro città doveva rimanere, ovviamente, un salotto da ricevimento. Anche Boko sembra piacevolmente ispirato, tant'è che rimandiamo il primo pit stop previsto in una bereria del centro per passeggiare ancora un po'.
Camminando intorno a Piata Unirii cerco di scoprire le abitudini del centro attraverso le vetrine, scoprendo le segnature di una città: boutique angeneriche, casinò, trattorie con zigani, casinò. Casinò. Come in tanti paesi del Est anche in Romania il gioco d'azzardo è legalizzato con delle leggi poco restrittive: giocherie al pari di bererie. E a Timinisoara ci sono veramente tanti casinò. Quando le certezze sono latitanti, le ideologie un ricordo, il futuro una scommessa l'industria dei sogni diventa quella trainante. Ognuno incomincia a mettersi ligio in fila davanti allo sportello di una Fabbrica dei Sogni per ricevere il suo pacco. Attendendo, passando come di dovere prima alla cassa. E poi nuovamente in fila. Il pacco non arriva mai, ma tutti sanno che è un rischio che può e deve essere corso e tanto vale riprovare domani. L'investimento va difeso e i sogni non hanno prezzo. Il lato della piazza è forse quello più bello: protetto da un bellissimo palazzo in marmo bianco.
Due enormi colonne con capitelli corinzi sorreggono un architrave arricchito da preziosi gessi con rappresentazioni mitologiche. L'architrave come cornice frontale ad un'enorme cupola protetta dall'abile incasso nel mezzo della struttura. E' il palazzo dell'opera di Timisoara.
Non vorremmo interrompere già la passeggiata del centro, ma l'umidità e il freddo suggeriscono di fare il contrario. Entriamo in un locale affacciato alla piazza scegliendolo esclusivamente per la vicinanza logistica. E' un piccolo bar con cinque tavoli che si affacciano al bancone, a cui vanno aggiunti i tavoli del piano sopra. Entrando ci accoglie un cattivo presentimento: un permeabile silenzio. A sinistra dell'ingresso ci sono due piccoli tavoli allineati davanti alla vetrata sulla strada, un metro e mezzo dietro c'è ne un altro uguale. Il tavolo a destra della prima fila è occupato da una ragazza sui 25 anni che è impegnata in un monologo con la tastiera del cellulare. Lo sguardo non è triste ne preoccupato, ma vuoto. Sul tavolo dietro c'è un ragazzo che avrà pressapoco la stessa età: sembra la reincarnazione maschile della ragazza davanti. Stessa scena e stesso vuoto. La barista è una biondina sui vent'anni che non sembra notarci: sporgendosi all'indietro dal banco ha lo sguardo fisso verso la TV: una fiction romena. Decidiamo di sederci sul tavolo vicino alla finestra a destra dell'ingresso. Almeno ha una prospettiva dominante sulla stanza e parziale sulla piazza: rassicurante. Ordiniamo da bere, ma hanno solo birre straniere. Ci guardiamo con Boko e incominciamo a ridere del surreale silenzio. Brindiamo sottovoce per non disturbare e ci guardiamo nuovamente intorno. Sono passati cinque minuti, ma nessuna delle tre presenze (o parvenze) ha abbandonato la propria attività. La cosa più rumorosa nel bar è il gracchiare di una ventolina di plastica per l'aerazione posta sul vetro sopra la porta d'ingresso. Guardo Boko e gli chiedo “Senti che terribile rumore! Anche le tue orecchie stanno scoppiando?”. L'ironia di Boko si fa evidente: “Siamo come in un film di David Lynch... Dovremmo alzarci contemporaneamente, tirare fuori le pistole mirando alla ventolina, sparare due-tre colpi a testa, sederci nuovamente con calma e giustificarsi con l'incredula barista: It was fucking noisy!”. Incomincio a ridere a crepapelle, Boko dietro di me: facciamo un rumore incredibile. Lasciamo i lei dovuti sul tavolo, ci alziamo insieme, guardiamo la ventolina e... varchiamo la porta. Scappare. Scappare velocemente da qua!
Siamo nuovamente nella piazza e sentiamo finalmente il suono della vita. Ma ritroviamo nuovamente il freddo umido che avevamo dimenticato: come una brina benefica che si deposita lentamente sul viso. Adesso incomincia a soffiare un timido vento che ispirato dal naso ci permea di libertà. Notiamo in fondo alla piazza un grande augurio “MULTI ANNI 2008!” scritto con un intreccio di lampade colorate, in perfetto stile natalizio. Schiavi dei nostri occhi da bambini siamo obbligati a prendere quella direzione, andando in contro all'ottimismo.
Arrivati all'incoraggiante scritta arriviamo anche alla fine della piazza. Sul bordo destro della stessa noto con tristezza un recente simbolo della nostra umanità: l'inconfondibile ed imperante “M” - di Mac Donald, certamente! Oltre a devastare milioni d'apparati digerenti, le “M” per il mondo hanno il potere di insediarsi, come dei parassiti, nei più bei palazzi delle città ferendoli nell'anima. Come vestirsi in frac, legarsi una cravatta gialla intorno alla fronte indossando scarpe da ginnastica arancioni. La fine della piazza ci interroga con una biforcazione. Senza esitazione scegliamo di voltare a destra: dettati completamente dal caso. Arriviamo in Piata Victoriei.
Questa ha la stessa imponenza di quella dell'Unità. La differenza che la contraddistingue sono quattro fontane disposte nei rispettivi angoli. Ovviamente in una piazza della Vittoria non può mancare un monumento. Il simbolo, eretto in ricordo della rivoluzione del '89 si trova all'ingresso della piazza. L'elemento principale della piazza, nonché sua vera forza è lo spazio.
Uscita dalla piazza, condividendo il desiderio del nostro organismo con quello del nostro spirito, decidiamo di trovare un locale per una seconda pausa. Questa volta siamo però più attenti: dobbiamo sceglierlo con un po' più di giudizio. La storia insegna e ripetere gli errori è diabolico. Tralasciando fallimentari considerazioni logistiche ci convinciamo che la miglior virtù alberghi nell'umiltà: meglio informarci! Avrei un idea... Appena scesi nell'umiltà m'appare d'improvviso il nostro deus ex machina: due ragazze vestite a sera che stanno camminando, evidentemente, verso qualche locale notturno: sicuramente studentesse. Ringrazio lo mio spirito schopenhaueriano: dalla mia idea e volontà alla rappresentazione e realtà! Potevo sicuramente approcciare in italiano, ma colto da un'intuizione mi rivolgo in inglese. A Timisoara ci sono due tipi di ragazze: quelle che cercano e quelle che odiano l'italiano. Noi siamo d'altronde affamati solo di informazioni. Mi rispondono affettuosamente e ci invitano a seguirci. Arrivati dentro il night bar ci indicando un tavolo libero salutandoci. Ricambio il saluto aggiungendo “Multi Anni!” - facendo sfoggio di cultura. Ma come mi sento romeno!
AL MATTINO
M'annebbio di quotidianità.
Anche se oggi c'è un sole accecante.
Ma in questi giorni ho capito una cosa: l'influenza è donna! Era continuamente con me a letto, mi faceva girare sulla pancia, poi di lato, poi sulla schiena, poi nuovamente di lato: mai contenta. Ne voleva sempre ancora. E' testarda e capricciosa. Mi ha fatto sudare diverse volte e girare la testa. Per fortuna sono paziente e non l'ho persa.
Non Le ho nemmeno chiesto il nome, ma un po' mi sono affezionato.
Oggi sono nuovamente al lavoro, ma mi chiedo: perché mai sento già la sua mancanza?
L'INFLUENZA
Oggi ho l'influenza. Quasi 39 di febbre. Questo è il primo anno che ignoro il Suo nome. Sicuramente femminile: come gli uragani! Chissà perché??? Gli altri anni conoscevamo la Cinese, La Pechinese, l'Australiana,... Ma credo che a memoria d'uomo non sia mai arrivata da uno stato con nome maschile. Sarà perché le influenze femminili sono maggiori? Le donne influenzano il mondo molto più degli uomini: in senso buono! (...per le donne che leggono fraintendendo). Tutto gravita intorno a loro. Boh, non so il suo nome e per quest'anno è meglio così: almeno non mi affeziono.
Sarà anche grazie all'aiuto della febbre e del pensiero sulle donne, ma oggi mi sento molto visuale, onomatopeico e soprattutto simbolico...
DALLA COLLINA TRIANGOLARE
Dalla collina triangolare si vedeva il cielo del mare
E il sole che correva per far venir la sera.
Ma dove andava? Perché svaniva
Sveniva
Sotto il cielo del mare.
Psichicamente psicologicamente
Si sente il sussurro del sole
Che ansima e ribolle
Nel mare.
Ma il sole va oltre, scompare
Ed è un andare un errare
Verso il mare
Ehi sole! Che bello
Ora ti faccio la corte
Perché voglio andare con te
La oltre.
LA RIVOLUZIONE
Vorrei fare un piccola introspezione per capirmi. Non voglio essere presuntuoso, vorrei solo chiarirmi da che parte girano i miei neuroni oggi. Solo per oggi. Alla fine postando un'introspezione faccio un gioco alla Binet, vedendomi dall'esterno... ma tralasciamo!
Ieri ho letto fino a tardi. E mi sono svegliato presto. Così sta mattina la massa bianca del mio cervello era poco trafficata per almeno due ore. Strana giornata con strade quasi deserte: i neurotrasmettitori si stavano quasi annoiando. Ho cercato di raggruppare i miei pensieri in modo da trovare qualche stimolo eccitante, qualche dovere incombente, disastroso o eccitante. Ma niente: la mia disposizione nichilista continuava a prevalere. Ed il sonno anche. Ma ero fatalista. Ero fatalmente condannato ad una passività che sarebbe perdurata tutto il giorno?
Comunque, ogni mattina, stanco o meno, sono in cerca di rivoluzioni.
Appena partito con la macchina vedo un enorme cartellone pubblicitario, cinque metri per tre di altezza, un primo piano su un delizioso perizoma rosa caduto alla altezza delle caviglie un po' sopra a dei bellissimi piedi con le unghie laccate con maestria: sì, si stanno pubblicizzando delle zeppe. Penso di aver smosso i neuroni, ma sono solo gli ormoni! Purtroppo: “che natura stupida abbiamo noi uomini.” - i neuroni ridacchiano.
Come una sveglia, pian piano il pensiero sulle rivoluzioni sta smuovendo qualcosa.
“Dopo che risolverò le solite faccende con le solite facce nei soliti posti con le solite email con i soliti click, avrò spazio per le rivoluzioni.” - richiamo in adunata tutti i neuroni! Negli ultimi tempi leggo tra i blog che il qualunque è di moda. Noalys gli ha dato anche un colore: il grigio. Con i miei soliti posso riprendere di striscio l'argomento. Già tra casa e ufficio e amici sono condannato alla solita quotidianità. Una qualunque. Ma non è tutto qualunque. Io non sono qualunque, la mia ragazza non è qualunque: essendo pazza più di me. Ci trasciniamo e mi trascina sempre verso il nuovo, il pericolo, il folle, verso tutto quello che non è qualunque. Oramai non mi sento più immobile e penso provocando un traffico intenso nella mia testa.
Sarà l'inizio di una rivoluzione?
Scalare tutto il Karakorum trasformandolo nel cortile di casa, avere l'intuizione di un algoritmo per cambiar era nelle leggi dell'intelligenza artificiale, dimostrare con l'incerta teoria delle stringhe una certa legge universale, scrivere un libro per sé stessi e scoprirlo best seller, autodistruggersi con i vizi ma vivere cent'anni, diventare intonato e cantare l'Aida. Sposarsi e avere due bambini. Emozionarsi per una farfalla. Fare cose veramente rivoluzionanti!
Dopo la breve introspezione, non ho capito un granché di me. Quel che è certo certo è che voglio rivoluzionarmi avanti.
Eppur si muove: pensieri sui fatti della Sapienza
Alla fine ha vinto la fede della... [...]


